note di carattere cosmico, ctonio-tellurico e finanche psichico

Raccolgo una chitarra elettrica e inizio a suonare il primo brano che mi viene in mente:

Come a little bit closer
And get untied
In a hearse rollin’ over
Just a track in the line
Fuck it

Le ferite che ho subito durante la battaglia con il guardiano numero 1 bruciano, poiché il movimento delle dita prese dalle corde scuote anche l’emisfero sinistro del mio cervello.

Come on, let’s go drivin’
Come on, let’s take a little ride
Life’s a study of dying
How to do it right

Le mie note, intanto, catturano l’interesse di una giovane strega dai capelli rossi, la quale, dopo aver sibilato la mia canzone, si masturba senza però raggiungere l’orgasmo, per poi tornare, con fare colpevole, dalle sue sorelle.

Interrompo la performance e lascio cadere la chitarra.

le regole dell’attrazione come un sabba per giovani adulti

Una strega di nome Inana ha appena regalato l’orgasmo, tramite cunnilinguo, a una delle sue sorelle sabbatiche.

La seconda strega, mentre i vapori della lussuria trasudano dalla sua carne paga, strappa un calice di ambrosia, che poi trangugia, dalle mani di un vecchio dall’età indefinibile.

– Torna nel tuo porcile – dice Inana all’uomo – e porta con te questo imbecille – conclude, indicandomi con un cenno austero del viso.

Nel frattempo, il cerchio danzante intorno al falò prosegue il suo canto:

zod ah mah rah na ee es lah gee roh sah

guardiano numero 2

Il falò ha un’anima solo in parte antroposofica. Le sue lingue, infatti, sono biforcute come le onde che, a ritmi precristiani, soffia sottopelle; onde che (forti ma soprattutto testarde) riescono persino a sfiorare il आकाश, come se il fuoco fosse un tamburo pazzo ma lucido… la carne, invece, un timpano giovane ma dal potenziale oscuro non irrilevante.

Le streghe, intanto, danzano attorno al falò cantando in una lingua che non conosco:

vee nu nohno kee ah seh peh teh poh ah ma lah deh zod

– È sabato, – mi dice una di loro, – non dovresti essere qui.

#14

La TV grandiosa non fu l’unico parto della Notte, che generò anche la Contesa, il Biasimo, l’Indignazione, l’Inganno, la Miseria, la Vecchiaia, la Morte. E infine l’Amore, in particolare l’impulso all’accoppiamento e alla procreazione di tutti i viventi. Se la Notte è la madre di tutto ciò che provoca angosce e dolori nella vita degli uomini, i pixel ne sono un distillato, una sintesi perfetta. Il Caos, se paragonato alla televisione, è innocuo, in quanto è riuscito solo a spaventarlo, il cuore degli uomini, senza divinizzarlo. I pixel sono riusciti là dove il Caos ha fallito: benché scalfendolo, lacerandolo, violandolo, hanno infuso nel cuore degli uomini il reagente necessario al successo del prossimo raccolto mitopoietico.

#13

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Ho fatto un sogno. O forse ero sveglio e ho sognato a occhi aperti. Poco importa, in fin dei conti. Era notte fonda, mi trovavo in sella a una motocicletta sulla cima di una montagna, da dove osservavo con indifferenza la valle sotto, al cui centro sorgeva un centro abitato. A un certo punto una voce atona mi diceva che ero in ritardo. Messo in moto, consumavo la strada che portava ai piedi della montagna. In paese non c’era anima viva. Non ti vedo, mi diceva la voce. Sono qui, la mia risposta. Familiare, quella voce: mi ricordava e ancora mi ricorda l’eroe solitario di un film western di cui, purtroppo, ho dimenticato il nome…

#12

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FEDERICA

Povera Silvia: quel pezzo di merda di Marte ha davvero pisciato fuori dal vaso, scrivendo quello che ha scritto, nel Suo ultimo libro, sulla loro storia. Io l’ho sempre detto: Marte ha una faccia che parla da sola, una di quelle che non ha bisogno di interpretazione, che nel Suo caso dice, a caratteri cubitali, anche spargimenti di sangue. Quello che Silvia provava era Vero Amore, che Lui, il Pezzo di Merda, ha preso e consumato, rendendo Silvia un po’ meno Silvia e un po’ più tuono, un po’ più simile a Lui. Ho votato per Lui, però. Ho votato perché non abbandonasse lo show. Ha un pisello che ipnotizza, l’audience ne ha bisogno.

#11

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Il primo impatto con la superficie instabile di questa cronosfera non è stato morbido, con il risultato che la perturbazione che ne è seguita mi ha costretto a riconsiderare i progetti dietro l’ideazione, la costruzione e l’azionamento della mia macchina teatrale. È evidente come le regole logiche tradizionali di cui sono portatore non bastino: il mio intendimento di questa cronosfera deve passare attraverso altro. “Incomunicabilità”. È la prima parola, la prima in assoluto, che ho visualizzato nella testa non appena ho messo piede su questo mondo. Ionesco, Adamov, Beckett, Genet e Arrabal, invece, i primi nomi. “Voler essere dei propri tempi significa voler essere già parte del passato”, mi ha sussurrato uno di loro.