La ballata di Scott Moorhead

Non lo riconosco più, ma probabilmente non l’ho mai conosciuto per davvero. Mi sento vivo e allo stesso tempo morto. Così come vive e morte mi sembrano anche tutte quelle stelle che, finora, in un certo senso, ho schedato nel mio cervello, così da poterle riconoscere sempre e comunque. Ma se il riconoscimento non è più vicendevole, come posso continuare a chiamarle con i loro veri nomi, tutte queste stelle a cui ho concesso una porzione della mia memoria? Non ne ho più il diritto, temo. La realtà, le cui stelle non sono meno autentiche della mia contorta ossessione per i veri nomi, mi ha prima celebrato, poi sputato via. E il risultato, assolutamente inevitabile, è che non lo riconosco più, che non riconosco più il mio vero nome.

Gerasa

Non si arriva mai, adesso che ci penso… Qualunque sia la destinazione. Tutto ciò che faccio è un inseguire continuo. Eterno? Forse. Forse consapevole, forse no. Chi può dirlo? Non importa, in fin dei conti. E il motivo è semplice: quando le fondamenta di questa vita cederanno, risvegliando il serpente dell’apocalisse onnicomprensiva, non ci saranno più messaggi, né tantomeno messaggeri in grado di ostacolare la mia identità: il mio nome sarà Costellazione – saremo in molti, sarò tutto.

E come l’oro puro s’è mutato in vil piombo?

Lo spirito residuo di un dannato senza volto cerca disperatamente di aggrapparsi alle esalazioni tridimensionali della mia ontologia, i cui confini psicogeografici sono però sfocati, privando, in questo modo, sia me che il vile dannato di ogni possibilità di salvezza dal complotto architettato da ciò che sta in alto.

Lo specchio capovolto

Mi sento onnipotente, invisibile al pandemonio che mi bracca. Ma è solo un’illusione, lo scherzo malato di una forza entropica che ha imparato a imitare la fenomenologia del Demiurgo. Svelato l’inganno, l’illusione continua, ma disarmata, solo umana.

In questo delirio collettivo anisotropo

I sensi continuano a secernere gocce di epica sulla mia corteccia cerebrale. Metto gli occhiali da Sole, tuttavia, inaspettatamente, lo spazio-tempo percepito, invece di consolidarsi, si fa ancora più rarefatto, costringendo la mia anima di carne a elaborare, per un tempo che non posso misurare, altri input nonlineari.