Pauvre homme!

Il Demiurgo mi sovrastava e con la sua ubiquità mi governava qualunque fosse il mio stato di coscienza: sia quando ero sveglio, sia mentre dormivo, come se il tempo e la sua architettura metafisica si fossero svuotati di senso – il mio ritmo circadiano era diventato cieco, incapace di tenere il passo del carro del Sole. Le circostanze, però, sono cambiate radicalmente: sono passato dall’ologramma al delirio di onnipotenza; il Demiurgo, invece, ha perso le chiavi del regno e il suo nuovo dominio sta tutto in una bottiglia.

Terrasanta

Non sono più certo che si sia trattato di uno scherzo perverso. Mai avrei pensato di poter dubitare come sto facendo adesso, eppure è ciò che mi sta capitando. Quasi non ci credo! Un dubbio dentro un altro dubbio? No, per oggi basta, meglio che mi concentri su quali conseguenze innescherà il mio ritrovamento: mentre scavavo con le mani nella terra secca, ho disseppellito una bottiglia di vetro in apparenza vuota, ma, in realtà, pienissima, piena come nient’altro nell’universo.

La possibilità dell’impossibilità di ogni rapporto, di ogni esistere

Tra questi alberi, al riparo dalle luci al neon della metropoli, si respira una bizzarra fragranza di morte, come se la natura, non più schiava della scienza, avesse atomizzato in questo sottobosco il proprio cuore inumano, rivelando ai dannati che hanno scelto di morire qui un segreto invisibile agli occhi ma più vero dell’etimo che ne oscura, da-per-sempre, le coordinate olografiche.

Il glorioso astro fulgente

Ero piombo, poi, anche se per un granello di tempo, sono ritornato oro, un metallo perfetto e incorruttibile; adesso, invece, non sono né l’uno né l’altro: l’apparizione inaspettata del Demiurgo, di colui che ha deciso e che continua a decidere il destino della mia persona, del mio vero nome, mi ha strappato di dosso quei pochissimi seppure lucenti brandelli di verità interiore che ero stato in grado di salvare. Mi sento libero, ma non del tutto; una sensazione, questa, che non so catalogare, e che mi ricorda, al di là dei miei abissi interiori, di questa città oscura, di tutti i miei nomi, della musica e dei miei limiti forse pindarici, quanto sia lontana la mia stella.

L’orbita spezzata

Ricordo perfettamente dove e quando tutto ha avuto inizio, il momento in cui tutto questo ha spiccato il volo, prendendo una traiettoria nei fatti oscura, ma dentro di me cristallina, come se nelle mie viscere il futuro non fosse un’incognita, ma una bellissima certezza. Il mio è ancora un volo, ma diverso: quella che era una scala per le stelle è diventata un loop di cui solo adesso inizio finalmente a scorgere l’uscita – stavo per vincere il premio di miglior astronauta fermo dell’anno.

Dieci alla meno quattordici

Mi domando chi sia, il tizio o la tizia che ha scombinato la mia scaletta spaziotemporale. Ero già al rendez-vous. In spirito, certo, ma ero già . Lo sono stato, purtroppo, solamente fino a quando l’età dell’oro nella mia testa ha respirato da sola. La Musa Euterpe mi ha temporaneamente voltato le spalle, ma unicamente per testare, credo, la mia fedeltà al suo spartito invisibile, non per altri motivi – la stringa cosmica che ho pizzicato ha vibrato perlopiù di amore.

Soudain, les entrailles de B

Il mistero che si nasconde dietro queste pareti incontaminate si sveste del proprio anonimato e si fa luce rinsanguando con sacche di piacere assoluto e totalizzante un’epifania che, altrimenti, mi avrebbe reso schiavo di una condizione esistenziale di sicuro nuova, ma molto probabilmente anche precaria – le promesse di una casa spesso deludono, se allo zerbino non segue subito l’orgasmo.