La possibilità dell’impossibilità di ogni rapporto, di ogni esistere

Tra questi alberi, al riparo dalle luci al neon della metropoli, si respira una bizzarra fragranza di morte, come se la natura, non più schiava della scienza, avesse atomizzato in questo sottobosco il proprio cuore inumano, rivelando ai dannati che hanno scelto di morire qui un segreto invisibile agli occhi ma più vero dell’etimo che ne oscura, da-per-sempre, le coordinate olografiche.

Il glorioso astro fulgente

Ero piombo, poi, anche se per un granello di tempo, sono ritornato oro, un metallo perfetto e incorruttibile; adesso, invece, non sono né l’uno né l’altro: l’apparizione inaspettata del Demiurgo, di colui che ha deciso e che continua a decidere il destino della mia persona, del mio vero nome, mi ha strappato di dosso quei pochissimi seppure lucenti brandelli di verità interiore che ero stato in grado di salvare. Mi sento libero, ma non del tutto; una sensazione, questa, che non so catalogare, e che mi ricorda, al di là dei miei abissi interiori, di questa città oscura, di tutti i miei nomi, della musica e dei miei limiti forse pindarici, quanto sia lontana la mia stella.

L’orbita spezzata

Ricordo perfettamente dove e quando tutto ha avuto inizio, il momento in cui tutto questo ha spiccato il volo, prendendo una traiettoria nei fatti oscura, ma dentro di me cristallina, come se nelle mie viscere il futuro non fosse un’incognita, ma una bellissima certezza. Il mio è ancora un volo, ma diverso: quella che era una scala per le stelle è diventata un loop di cui solo adesso inizio finalmente a scorgere l’uscita – stavo per vincere il premio di miglior astronauta fermo dell’anno.

Dieci alla meno quattordici

Mi domando chi sia, il tizio o la tizia che ha scombinato la mia scaletta spaziotemporale. Ero già al rendez-vous. In spirito, certo, ma ero già . Lo sono stato, purtroppo, solamente fino a quando l’età dell’oro nella mia testa ha respirato da sola. La Musa Euterpe mi ha temporaneamente voltato le spalle, ma unicamente per testare, credo, la mia fedeltà al suo spartito invisibile, non per altri motivi – la stringa cosmica che ho pizzicato ha vibrato perlopiù di amore.

Soudain, les entrailles de B

Il mistero che si nasconde dietro queste pareti incontaminate si sveste del proprio anonimato e si fa luce rinsanguando con sacche di piacere assoluto e totalizzante un’epifania che, altrimenti, mi avrebbe reso schiavo di una condizione esistenziale di sicuro nuova, ma molto probabilmente anche precaria – le promesse di una casa spesso deludono, se allo zerbino non segue subito l’orgasmo.

La ballata di Scott Moorhead

Non lo riconosco più, ma probabilmente non l’ho mai conosciuto per davvero. Mi sento vivo e allo stesso tempo morto. Così come vive e morte mi sembrano anche tutte quelle stelle che, finora, in un certo senso, ho schedato nel mio cervello, così da poterle riconoscere sempre e comunque. Ma se il riconoscimento non è più vicendevole, come posso continuare a chiamarle con i loro veri nomi, tutte queste stelle a cui ho concesso una porzione della mia memoria? Non ne ho più il diritto, temo. La realtà, le cui stelle non sono meno autentiche della mia contorta ossessione per i veri nomi, mi ha prima celebrato, poi sputato via. E il risultato, assolutamente inevitabile, è che non lo riconosco più, che non riconosco più il mio vero nome.

Gerasa

Non si arriva mai, adesso che ci penso… Qualunque sia la destinazione. Tutto ciò che faccio è un inseguire continuo. Eterno? Forse. Forse consapevole, forse no. Chi può dirlo? Non importa, in fin dei conti. E il motivo è semplice: quando le fondamenta di questa vita cederanno, risvegliando il serpente dell’apocalisse onnicomprensiva, non ci saranno più messaggi, né tantomeno messaggeri in grado di ostacolare la mia identità: il mio nome sarà Costellazione – saremo in molti, sarò tutto.