#11

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Il primo impatto con la superficie instabile di questa cronosfera non è stato morbido, con il risultato che la perturbazione che ne è seguita mi ha costretto a riconsiderare i progetti dietro l’ideazione, la costruzione e l’azionamento della mia macchina teatrale. È evidente come le regole logiche tradizionali di cui sono portatore non bastino: il mio intendimento di questa cronosfera deve passare attraverso altro. “Incomunicabilità”. È la prima parola, la prima in assoluto, che ho visualizzato nella testa non appena ho messo piede su questo mondo. Ionesco, Adamov, Beckett, Genet e Arrabal, invece, i primi nomi. “Voler essere dei propri tempi significa voler essere già parte del passato”, mi ha sussurrato uno di loro.

#10

I labirinti morali, le nebbie esistenziali, le vite morte… ma anche le giornate di Sole: tutto passa da qui, da questo nero rettangolo di luce sintetica i cui confini squallidi, in un certo senso faticosi, anche gli dei schifano: baratro immane – chi ne varca i confini, non ritorna a casa. Prodigioso, il rettangolo, ma anche terribile. Gli dei, tuttavia, ne hanno bisogno. Ed è proprio qui vicino, infatti, che fluttua la loro nuova celestiale dimora: un nonnulla oltre gli ultimi pixel… dove il segnale muore.

#9

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SILVANA

Come li scatena Lui, gli orgasmi, non li scatena nessuno… Giove è una centralina di elettricità sessuale. Basta che Numa Lo annunci al pubblico perché davanti alla TV si scateni l’arrapamento.

Federica, la mia pasticcera di fiducia, crede che persino Numa, sì, quel maschio di Numa, voglia farsi sbattere da Giove.

Il gossip non sta in piedi, Federica si sbaglia. Numa è il mio uomo ideale, come può piacergli l’uccello?

#8

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Arrivo da un passato remoto.

Dopo un tortuoso viaggio nel mio tempo soggettivo, ho scelto di restare in questo periodo per osservare gli dei che camminano sulla Terra.

Spero che l’Elicona veda di buon occhio questa mia sosta…

Ora, poiché dal cielo l’Omega ebbe bilanciato l’Alfa, la Terra, unita d’amore con l’Oscurità, generò, dopo un coito impossibile, la televisione sublime, che trasmetteva infiniti canali e che di luce ipnotica aveva infiniti pixel, mentre vibrava ruvide lingue sotto le sopracciglia di plastica…

Sembra che lo specchio abbia fatto il suo dovere, che i processi alchemici che ho prima elaborato e poi messo in atto non mi abbiano tradito. Dov’è finito, l’Altro? La risposta, che non è mai stata sicura, nonostante i calcoli siano sempre stati dalla mia parte, corrobora l’esito del mio esperimento: io e l’Altro occupiamo la stessa fetta di continuum, ma la mente sono io, il controllo è mio. Non è semplice descrivermi; c’è qualcosa di sbagliato, nel mio aspetto… qualcosa di repellente… di assolutamente riprovevole. Non ho mai schifato così tanto qualcuno. Devo avere una qualche deformità… anche se non so quale. Vedo, tuttavia non riesco a descrivermi. Ma di una cosa posso dirmi certo: la ∑ è maggiore degli addendi.

Se osservo lo specchio con gli occhi, non vedo nulla. Mentre, se lascio che a filtrare la mia percezione sia l’amigdala, lo scenario cambia: la persona nello specchio si delinea più vera di me, perfino più autentica del riflesso perfetto del mio Arcinemico. Nessuno di noi due è l’opposto dell’altro, ma sei comunque libero di pensare il contrario o qualcosa di completamente differente. Guardami, e urla che ho ragione! Non ho bisogno di guardarti, per stanare la Tua maleficentissima volontà: mi basta chiudere un occhio, fingendo di tagliare in due la realtà, lasciando, a quel punto, che i sudditi di Salomone facciano il resto.

Il tuo nome, Pistolero, morirà con te, mentre il Mio, l’ennesimo di una successione infinita, all’ora Ω assorbirà l’eco strozzata del big crunch per poi dirigere una coreografia di specchi che racconterà di un cuore identico al Mio ma allo stesso tempo opposto. Sembra proprio che Tu stia raschiando il fondo, se cerchi di fregarmi così, con degli squallidi paradossi. Devi impegnarti di più, molto di più, se vuoi che la quinta dimensione espanda il Tuo regno di morte…